ISTRUZIONI PER L'USO

IL TALLONE D'ACHILLE è pensato per scrivere libri, direttamente su questo blog. Qui comincia l'Eredità di Michele, l'ultimo scritto. Il precedente è stato interrotto, si vede che doveva maturare. Qui trovate IL primo LIBRO, col suo indice ed i post che lo compongono.
I "libri" raccolgono commenti, critiche e suggerimenti di chiunque voglia partecipare con spirito costruttivo. Continuano un percorso iniziato con le Note scritte su Facebook , i cui contenuti sono ora maturati ed elaborati in una visione d'insieme, arricchiti da molti anni di esperienze diverse e confronti con persone diverse.

I Post seguono quindi un percorso logico che è bene conoscere, se si vuole ripercorrere il "discorso" complessivo. Naturalmente è possibile leggere singoli argomenti ai quali si è interessati. Argomenti spot - che spesso possono nascere dall'esigenza di commentare una notizia - saranno trattati in pagine dedicate.

Buona partecipazione!


martedì 9 ottobre 2018

IL SOLE 24 ORE E LE FAKE NEWS

"Fake news" non è una notizia "falsa", ma non è neanche "vera": è presentata in maniera tale da distorcere abbondantemente la realtà.
Le autorità dovrebbero indagare sulle fake news, come potrebbero apparire quelle contenute in questo articolo, apparso sul prestigioso ed "autorevole" quotidiano nazionale il Sole 24 ore.
Certi articoli rischiano di farti odiare l'Europa anche se non vuoi (a me è successo, come primo impatto, leggendolo), ed è davvero un peccato. Sarebbe ora, e lo dico sul serio, che chi ha a cuore rapporti sani, pacifici ed equilibrati con i nostri vicini, se ne renda immediatamente conto.
Avvertimento importante: non voglio "uscire dall'Europa" (la frase, oltretutto, non ha senso). Voglio invece uscire, e da subito, dagli incubi e dalle falsità. E dovremmo desiderarlo proprio tutti anche quando può far male, guardare negli occhi la realtà.
Già il titolo dell'articolo citato, è un programma. Manca totalmente il senso del dubbio! Basterebbe cambiare una parola, e sarebbe diverso : scrivi: "cosa "potrebbe succedere", al posto di "cosa succederebbe", e tutto acquisterebbe un senso di onestà intellettuale, il senso del dubbio. In quella parola aggiunta, sarebbe contenuta l'informazione sul "fatto incontestabile" che si tratta di opinioni, opinabili e personali, e non di certezze. Qui si danno per scontate "certezze" che si pretendono basate solo sulla pretesa di "autorevolezza", perché nulla viene spiegato, manca lo sforzodi far capire. Per fortuna, giorno dopo giorno, le persone pensanti disconoscono questa presunta autorevolezza. Gli esseri umani, hanno bisogno di capire. Un bisogno reale e profondo, che l'attuale sistema mediatico (dovremmo dire propagandistico) ignora totalmente.
Passiamolo allora in controluce, un pezzo dopo l'altro, questo articolo, per aggiungere un'altra opinione. Diversa. Umile, senza pretese di verità, che tanto non ce l'abbiamo,la verità. Ognuno, dal canto suo, potrà valutarla con il proprio semplice buon senso critico.
L'articolo inizia così :
"Cosa accadrebbe se l’Italia uscisse dall’euro? Quale sarebbe il contraccolpo su stipendi, risparmi, pensioni, mutui, inflazione, e spesa al supermercato?"
Certo: da un "contraccolpo" non puoi aspettarti nulla di buono (ma perché dare per scontato che ci sarebbe un contraccolpo)?. Vediamo le risposte alla domanda che ci da Enrico Marro, l'autore. Evidentemente, suffragato dalla Direzione del giornale (che mi permetto di invitare a riflettere).
Dice:"Proviamo per un attimo a mettere da parte i colossali e pressoché insolubili problemi iniziali, dal quadro giuridico all’inevitabile fuga dei capitali (menzionata anche dal famoso “piano B” firmato da Paolo Savona , che ha studiato seriamente gli esempi della dissoluzione dell’Impero Austro-ungarico e dell’Unione Sovietica), fino alla possibilità più che concreta che l’Italia finisca in default."

Vi sembra che stia "mettendo da parte" i problemi? O piuttosto ce li sbatte sul naso instillando in noi una grande "paura pregiudiziale" (paura che viene prima ancora di sapere di cosa dovremmo avere paura)?

"Quadro giuridico": l'autore ci passa, senza dirlo, la sensazione che esiste un "colossale e pressoché insolubile problema" giuridico, te ne sei accorto, lettore? Consiglio a chiunque voglia farsi un'idea personale dei fatti, e del diritto, la lettura dell'articolo 48 del Trattato sull'unione europea, che ci racconta per quale strada sia sempre possibile, giuridicamente, cambiare le cose. Se poi ci viene il dubbio che sia impossibile "uscire", allora aggiungiamo l'articolo 50, che ci racconta già dal primo comma, che: "
1.   Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall'Unione." Se infine dovesse rimanere qualche dubbio, consigliamo l'articolo 60 della Convenzione di Vienna, che ci dice, in sostanza, che i Trattati si rispettano se tutti li rispettano, altrimenti non hanno valore vincolante. Articolo quest'ultimo da leggersi alla luce delle violazioni sistematiche di importantissime norme comunitarie che molti paesi dell'Unione hanno effettuato (puoi leggere i blog di Bagnai e di Barra Caracciolo, per i dettagli). Norme che pretendono comportamenti collaborativi e coordinati, violate, nei fatti, da atteggiamenti e azioni decisamente conflittuali, non coordinate, che avvantaggiano un singolo paese a danno di altri. 
La buona fede, nel campo del diritto, conta. Fa la differenza (e, sinceramente, non solo nel campo del diritto). Si potrebbe pensare che in questa Unione europea, così come è stata fatta, non sia mai esistita la voglia reale di fare qualcosa insieme, nell'interesse di tutti: bisognerebbe indagare. Unione, nota bene, che perfino nel nome, almeno dal 1992, ha smesso di essere una "comunità", per diventare luogo di scontro inevitabile, avvelenato com'è da quell' "elevato livello di competizione", inserito fra i principi fondanti dei nuovi trattati. Ancor più, intossicato alla radice dalla folle "pietra angolare" della "stabilità della moneta", obiettivo che certe norme, forse senza saperlo, mettono di fatto al di sopra della vita umana! "Pietra angolare" è parola grossa: serve a capire, senza dover leggere le 500 pagine dei trattati (che tanto sono illeggibili!), quanto l'Unione europea abbia messo quell'obiettivo, che è certamente caro ai mercati finanziari ed ai creditori di tutto il mondo, al di sopra degli obiettivi di solidarietà, del pieno sviluppo della persona umana, della piena occupazione, cari invece agli esseri umani ed ai popoli.

L"inevitabile fuga dei capitali" dai, Enrico: 
addirittura strillata col grassetto! Possibile, sì, questa fuga. Guarda: anche probabile, posso accettarlo. Inevitabile, invece, è solo la morte. Se non re-agisci, se non fai nulla per evitarlo, certo che può succedere. Se ti poni il problema, invece, cominci a cercare soluzioni e... miracolo, le trovi! Il mondo ha convissuto fino a pochissimo tempo fa con stretti controlli amministrativi che hanno rallentato, all'occorrenza, la fuga dei capitali. Puoi sempre accompagnare i divieti con soluzioni "incentivanti". E puoi perfino blindare le scelte amministrative, se serve: è sufficiente affrontare la questione dei "paradisi fiscali" con la giusta responsabilità, ed il problema è risolto alla radice. Volere, è potere. Ed è responsabilità  della politica capire i problemi e trovare soluzioni. Sono ben pagati per farlo. La soluzione delle soluzioni? Fai capire ai cittadini che stai agendo nell'interesse di tutti, che lavori per far funzionare le cose, e quelli ti riportano a casa, gratis, i capitali che hanno esportato nei decenni passati, altro che fuga.
Aggiungiamo un altro elemento di riflessione, importante. Fuori dall'euro, ci dicono, i capitali fuggono dall'Italia. Ebbene, ti invito a rifletterci su: quale sarebbe, in pratica, la spiacevole conseguenza? Facci caso: non viene mai spiegata! Io ti suggerisco questo: di quei capitali, se ne può fare a meno! Ascolta, prima di scandalizzarti. Il capitale, oggi, nel mondo, all'occorrenza, si crea dal nulla. Te lo porti via? Intanto, attento, potrebbe esserti impedito di farlo rientrare. Noi, nel frattempo, ne creiamo tanto quanto ne serve, se ci serve. Nota bene: non abbiamo alcun bisogno di capitali per comprare merci estere! Noi italiani, infatti, storicamente e salvo brevi parentesi, abbiamo saputo e sappiamo ancora vendere all'estero più merci di quelle che compriamo! Siamo bravi, dati Istat alla mano. E quando cominceremo ad investire seriamente nella nostra rinascita, dentro o fuori dall'euro, potremo diventare immensamente più "competitivi", se proprio ci dovesse piacere. Le risorse e le capacità, di certo, non ci mancano! (piccola parentesi: ma perché certa "informazione" insiste a dipingerci come incapaci? Mah!)
Continuiamo l'analisi del  testo:
"Possibilità più che concreta che l’Italia finisca in default". Certo: fino a che "lasciamo fare ai mercati", quella possibilità diventa concreta. Se siamo convinti (cioè: prigionieri delle nostre convinzioni errate) che "abbiamo bisogno di capitali esteri per finanziare le nostre attività", allora è vero: prima o poi andremo in default. SE, invece, ci ricordiamo che siamo uno dei paesi più ricchi al mondo e con una situazione finanziaria complessiva migliore di tanti altri; se scegliamo, responsabilmente, di rivolgerci ai cittadini risparmiatori, anziché alla speculazione internazionale (guarda il video); allora finanziamo quello che ci pare per creare ricchezza(quella vera, non quella di carta, e il default diventa impossibile
Prima di proseguire, faccio un inciso importante, altrimenti ti distrai ed inizi a pensare: "si ma a me che me frega se l'Italia è ricca, mentre io e tanti altri ci moriamo di fame? Giusto! Sacrosanto. Hai perfettamente ragione. Lo penso anch'io! E' per questo che mi sbatto dalla mattina alla sera: do il mio piccolo contributo ad una Repubblica che deve aiutarmi, perché ho bisogno, ma non sa più come fare. Il fatto è che, nelle condizioni attuali di dipendenza dai mercati finanziari, lo Stato ha una enorme difficoltà ad aiutarci, ostacolato com'è da regole e da circostanze che fanno comodo solo ai ricchi creditori di tutto il mondo. Nella nostra Costituzione (ce ne parlano solo quando la vogliono cambiare) c'è scritto che la Repubblica Italiana, cioè tutti noi, non dobbiamo avere pace, fino a quando non abbiamo sfamato, curato, e fatto crescere per bene l'ultimo dei nostri figli (e pure quelli degli altri)! Ai mercati questa cosa non fa affatto comodo (lo scrive chiaramente la JPMorgan che la nostra Costituzione democratica è di ostacolo agli interessi dei mercati finanziari, confusi con l'interesse del mondo).E' per questo che ci raccontano che i soldi sono finiti! Per impedirci di spenderli per i cittadini, quando ce n'è bisogno. Ma è falso: siamo straricchi, e dobbiamo saperlo! E sfido tutti quei giornalisti distratti a contestare questi numeri, che devi valutare con la tua testa. E' mia opinione, opinabile (valuta tu) che chi controlla i mercati finanziari e crea moneta dal nulla ed accumula ricchezze di carta, abbia poi un grande interesse a non permettere agli Stati ed alla politica, in genere, di spendere in maniera redistributiva = quando togli ai ricchi per dare ai poveri. Perché? Perché per redistribuire bisogna togliere a quelli che hanno accumulato troppo (e ce ne sono tanti, nel mondo della finanza!). Non solo: se si fanno politiche a favore dei poveri e dei disoccupati, i signori dei mercati guadagnano di meno: primo, non possono più sfruttare il lavoro; secondo, non possono più comprare le cose a prezzi stracciati, come stanno facendo alla grande, quando c'è crisi economica. E così ci potremmo spiegare perché lo spread sale solo quando lo Stato spende per redistribuire! Prova del nove: è forse salito lo spread quando il governo ha speso 20 miliardi per risanare le banche? Quindi amico mio, è nostro preciso interesse fare sì che la Repubblica, cioè tutti noi, non ci lasciamo mai e poi mai condizionare dai mercati: perché ci rimettiamo tutti: ricchi, poveri e miseri. Più di tutti, i miserie i poveri, condannati a restare tali. Ma anche i ricchi, rischiano grosso: i loro risparmi, i loro terreni, le loro aziende, fanno davvero invidia a tanti, in giro per il mondo.  
Poniti a questo punto, Enrico, una domanda elementare: come può mai "fallire" un soggetto che ha:
- "solo" 2300 miliardi di debito pubblico;
- "solo" un migliaio di miliardi di debito privato;
- "Ben" 5000 mld di patrimonio immobiliare privato;

- "l'enorme" patrimonio pubblico (che continuano a "svendere" e non so dove e come quantificare; si accettano suggerimenti, grazie!);
- "Addirittura, la bellezza" di 4200 miliardi di risparmio privato;
- "Produce" la strabiliante cifra" di 1700 miliardi all'anno;
- "si permette il lusso" di lasciare enormi risorse sotto utilizzate (a partire dai 10 milioni di persone in età lavorativa che la politica ed i mercati hanno "scelto", perché gli fa comodo, di lasciare a casa, nonostante le infinite cose urgenti da fare).
Nota, per cortesia, come pochi aggettivi possano produrre una informazione totalmente diversa.
I numeri, cantano! Tu, allora, ascoltali. Cancella tutte quelle parole in neretto (che a volte servono solo a portare all'attenzione le cose più importanti, e va bene, ma altre volte servono a indirizzare, impropriamente, il pensiero del lettore, e allora non va più bene). Guarda solo i numeri, e fatti una opinione tutta tua, mettendo a confronto le tue idee, con quelle che poi trovi in giro. 
Debiti totali = 2300 + 1000 = 3100 mld
Crediti totali = 5000+ 4200 = 9200 mld
"Reddito" (ogni anno che passa) = + 1700 mld.

Ma fallito a chi? Default de che? De tu nonno, dicono a Roma.
Bisognerebbe spiegarlo, ma proprio con queste parole, a Fitch, a S&Poor, a Moody's. Le tre grazie (agenzie di rating) che danno i giudizi sulla solidità di aziende e di stati, seguendo misteriosi calcoli alchimistici. Ma tanto strani, quei calcoli, che sono riuscite a premiare, sistematicamente, con giudizi sbagliati (lo dicono i fatti) 
di "eccellenza", tutti quei titoli inzeppati di mutui subprime e derivati che la finanza criminale, (criminale = che commette crimini, azioni punibili dalle leggi penali) ha distribuito in giro, scatenando l'inferno nei bilanci delle banche di mezzo mondo. Attenzione: è quell'inferno che vorrebbero far pagare a noi!  
Comunque, attenzione: il default può davvero succedere, nonostante quei numeri, se ci fidiamo delle perone sbagliate, che ci raccontano che dobbiamo "meritarci la fiducia dei mercati e dobbiamo adeguarci al giudizio delle agenzie di rating". Inverti il pensiero, ed il mondo cambia: la mattina, quando ti svegli, raccontalo a tutti: "i mercati finanziari, e le agenzie di rating, non si meritano la mia fiducia!". Vedrai, il mondo cambia. E sappi che non sei il solo a pensarlo!


Andiamo avanti nella lettura: 
"Senza contare gli almeno 350-400 miliardi di euro che il nostro Paese dovrebbe pagare immediatamente perché in enorme deficit nel Target 2, il sistema di pagamenti delle banche centrali dell’eurozona. Fino alla prospettiva della stessa disgregazione dell’Unione monetaria."
1) "dovrebbe pagare", dove sta scritto? In base a quale legge, articolo, comma, interpretazione. Oppure a quale regolamento, accordo? Citiamo le fonti, per favore, parliamone.  2) "immediatamente", ma dove sta scritto? Ma perché mai! 3) "enorme", guarda le cifre, là sopra (e, poi, quelle più sotto).
Nei due anni di negoziazione previsti per l'uscita dall'Ue, tutto si discute, nulla è definito. Così ci dice l'articolo 50. 
Inoltre, Enrico (a proposito: ti dispiace se ti do del tu? Lo faccio perché ti voglio bene, e rispetto la scintilla divina che è in te) voglio rassicurarti, condividendo un'informazione importante (un fatto, non un opinione): a fronte di 350-400 mld di passivo che Banca d'Italia ha su Target 2, nel bilancio di Banca d'Italia  ci sono ATTIVI più che sufficienti a coprire ogni passivo, per un totale di oltre 900 mld! Controlla i fatti di persona, non ti fidare di me: ecco il link al bilancio. Di cosa davvero dovremmo avere paura, se non di informazioni parziali, che finiscono poi per "coltivare", la paura?

Avanti! (dicevano, una volta, i socialisti.. che fine hanno fatto?); avanti col testo.
"Scogli insuperabili, prospettive sudamericane che nessuno vorrebbe vivere sulla sua pelle. Ma facciamo un piccolo esercizio d’accademia per capire come sarebbe l’Italia nella fantascientifica ipotesi di un ritorno alla lira, pianificata e composta anche se organizzata all’improvviso per non creare crisi di liquidità (come prevedeva il “piano B”).
Facciamo un gioco: cercale tu, amico lettore, le parole che mettono paura, senza essere documentate. Sono sicuro che dopo un po' d'esercizio (o d'accademia), ti saltano agli occhi (puoi segnalarle nei commenti, se ti va). 
Io mi concentro sulle risposte.
Dice Enrico:
Uscire dall’euro: cosa succede all’inflazione
Libera dai vincoli comunitari, Bankitalia inizierebbe a stampare selvaggiamente moneta per sostenere il debito pubblico. Con un primo importante risultato: ritorneremmo all’inflazione a doppia cifra, quella che chi ha i capelli grigi ha già toccato con mano negli anni Settanta e Ottanta (quando sorpassò il 21%). Il caro vita farebbe volare i prezzi dei generi di consumo, schiacciando a terra il potere d’acquisto degli italiani, come potrebbero agevolmente raccontare i poveri venezuelani che pagano una sigaretta circa il 12% del loro stipendio minimo mensile . I prezzi di generi alimentari e materie prime importate andrebbero infatti alle stelle.

Prima informazione: quando l'inflazione, in Italia, era al 21%, io mi sono comprato casa con lo stipendio di un neoassunto. Mio figlio, oggi, se lo scorda di potersi pagarsi pagare un mutuo con lo stipendio. Seconda informazione: il 21% è su base annua (100, dopo un anno, valgono il 21% di meno, quindi 79). L'inflazione di certi stati, come il Venezuela o lo Zimbawe, si misura su base mensile, settimanale. Nella Germania di Weimar, addirittura su base giornaliera. Il che vuol dire che 100, dopo un anno, valgono zero! La vedi la differenza? Non sono situazioni confrontabili. Perché allora ci spaventiamo inutilmente con questi paragoni fuori luogo, che non stanno né in cielo e né in terra? Terza informazione. C'è troppa moneta, in giro (l'avresti mai detto?): ma circola male. Oggi questa moneta in eccesso, alimentata dal "Quantitative easing" delle banche centrali, produce "inflazione degli investimenti finanziari" (che, in parole povere, sarebbe la bolla speculativa). Chiedete agli amici del Sole 24 ore, se ne sanno qualcosa, ma chiedeteglielo in inglese, che sono più a loro agio: chiedetegli dell'asset inflation; cos'è, dove se ne parla, cosa si fa per contrastarla, chi se ne occupa? A chi fa comodo? Quarta informazione: Troppa moneta, vuol dire che oggi non è necessario stampare nessuna singola moneta in più: bisogna invece far circolare quella che c'è, dove serve disperatamente: nel mondo dell'economia reale (Imprese che investono e producono, lavoratori che producono e guadagnano, famiglie e Stati che investono e spendono). Il mondo della finanza speculativa non riesce a farlo (forse, perché non vuole farlo? Non so, ma ti invito a porti la domanda). Quinta informazione, importante, definitiva: l'inflazione è figlia di due elementi: 
1) è figlia dei soldi in tasca a chi vuole spendere, ed oggi ce ne sono talmente pochi, che in Italia non si riesce neppure a far salire l'inflazione al consumo verso la meta che pure è stata ufficialmente programmata dalla BCE. Si sono impegnati a farla salire verso il 2%, e pare che, dopo anni e anni di tentativi, proprio non gliela fanno a raggiungerla!  Lo sapevi che oggi, con una inflazione all'1,5%, siamo al di sotto del 25% rispetto all'obiettivo programmato? Lo vedi quanto sono incapaci questi signori dei mercati, che poi ci giudicano? Quindi sì, hai capito bene: l'inflazione in Italia è TROPPO BASSA; scusa se lo "strillo", ma il silenzio, a riguardo, è assordante. E' dovere delle autorità farla salire. Perché l'inflazione, amico mio, può essere indice di vitalità economica, si accompagna alla piena occupazione, permette ai debiti (altrimenti ingestibili) di essere gestiti. Le insegnano queste cose, alla Bocconi?
2) l'inflazione è anche figlia del potere che hanno alcuni soggetti di alzare i prezzi.Questi soggetti sono: chi produce, e chi commercia. Se l'inflazione dovesse salire oltre una soglia accettabile, si interviene nelle inefficienze del sistema produttivo e distributivo, e si stronca. Se non basta, si interviene direttamente sui prezzi (si, hai capito bene: se le cose non vanno, lo Stato interviene nell'economia. Ha il dovere costituzionale di farlo). Ripeti con me: " i mercati, non meritano la nostra fiducia: lo Stato deve intervenire".
Ancora dal testo
Uscire dall’euro: cosa succede a stipendi e pensioni 
Il carovita rappresenterebbe insomma una colossale tassa patrimoniale sul collo degli italiani, soprattutto quelli con entrate fisse, facendo a pezzi il potere d’acquisto di stipendi e pensioni. Sempre che gli stipendi esistano ancora, poiché l’impennata dei costi di finanziamento delle aziende manderebbe al tappeto investimenti e imprese stesse, con il risultato di far impennare la disoccupazione . Della nuova lira ipersvalutata, infatti, incasserebbero qualche misero vantaggio solo le imprese che esportano prodotti a basso valore aggiunto , le quali comunque dovrebbero fare i conti con la perdita del potere d’acquisto delle famiglie italiane e la crisi dei consumi (ma anche con la necessità di adeguare gli stipendi alla corsa dell’inflazione, problema attuale del presidente argentino Macri ). Chiunque desideri raccogliere capitali sui mercati internazionali a tassi accettabili, probabilmente sposterà l’azienda all’estero.
Aridaje: te lo dico così, un po' forte, Enrico, così ti rimane impresso: "non ce ne frega un tubo, dei capitali esteri, perché abbiamo i nostri, e li useremo per creare lavoro e pagare buoni stipendi. Non è forse con il lavoro che si crea la vera ricchezza?"

"Uscire dall’euro: cosa succede a immobili, mutui e bollette
Anche i mutui immobiliari, dovuti a banche che probabilmente sarebbero state in buona parte nazionalizzate per garantirne la sopravvivenza, esploderebbero per l’effetto inflazione, per l’effetto tassi ma anche per l’effetto cambio:essendo stati stipulati in euro, diventerebbero sempre più cari perché la nuova lira difficilmente riuscirebbe a mantenere il passo con la vecchia moneta unica, resa forte dalla presenza della Germania nell’unione monetaria.
Stendiamo un velo pietoso sul capitolo bollette, visto che non siamo autosufficienti dal punto di vista energetico e che comprare elettricità e gas sui mercati esteri, con una lira svalutata, costerebbe un capitale (che poi finirebbe nelle bollette)."
Studiare il principio internazionale della lex monetae, è utile: ci dice che in caso di uscita dall'euro, i contratti (mutui compresi) vengono denominati da subito nella nuova moneta (in lire, ad esempio) e non possono risentire quindi di un problema di svalutazione. Fra l'altro, considerando i differenziali di inflazione, che sono favorevoli all'Italia, nel confronto con i partner europei (lo sapevamo tutti?), e considerati i surplus commerciali (sono in attivo, lo ricordiamo?), il rischio è opposto: la lira rischia di rivalutarsi, per mettersi in linea con i buoni fondamentali. Sempre ammesso, naturalmente, che in caso di uscita l'Italia dovesse scegliere di "lasciar fare ai mercati" pure sul cambio. Informazione: il paese al mondo che ha il più clamoroso successo economico e commerciale, la Cina, se ne guarda bene dal lasciar fluttuare il suo cambio. Quindi, tu, ripeti con me: "noi non ci fidiamo più dei mercati finanziari, e vogliamo che lo Stato, quando serve, intervenga con decisione nell'economia".
Ultimo sforzo, sul testo.
"Uscire dall’euro: cosa succede a risparmio e investimenti
Anche i titoli di Stato perderebbero rapidamente valore, divorati dall’inflazione, mentre ovviamente il debito pubblico italiano diventerebbe sempre più difficile da collocare, con i mercati in grado di imporre tassi d’interesse enormi per prestare soldi all’Italia della nuova lira. Una valuta a livelli di fragilità simili a quelli del peso argentino e della lira turca , in caduta libera proprio nelle ultime settimane. Diventeremmo insomma un Paese emergente, in un triste tango a braccetto con Buenos Aires."
Ancora co 'sti mercati ???
Allora sei de coccio, Errì! 

Oppure, per caso, qualcuno ti ha suggerito forse di mettere un po' di inutile paura ai risparmiatori italiani, che stanno pensando seriamente di comprare titoli di Stato italiani?
Ma no, dai, facciamo sul serio: ripetilo anche tu, Enrico Marro. Strillalo e scrivilo con me e con tutti noi, a voce alta: "io non mi fido più dei mercati finanziari". Raccontacelo, che quei mercati, in fondo, anche a te, stanno straziando il cuore, quando ti spingono a scrivere contro il tuo desiderio, contro la tua coscienza, cose che non ci posso credere, che rappresentano davvero il tuo pensiero. Ti sentirai meglio, te lo giuro, e non ti sentirai più solo. Non ti sentirai più così "prigioniero" di questi maledetti mercati speculativi che ci sono entrati con prepotenza dentro la vita, dentro il pensiero, e ci fanno stare male.

Liberiamocene. 


Insieme.


Sarà bello! 

mercoledì 3 ottobre 2018

LO SPREAD A 300

Ci risiamo: spread in tensione.

L'idea alla quale lavora il Governo, di offrire ai cittadini italiani i CIR (Conti Individuali di Risparmio) ed altri titoli di stato "pensati per i risparmiatori", è buona, va nella direzione giusta: contrasta lo spread fino ad eliminarlo una volta per tutte; difende il risparmio delle famiglie italiane; abbatte il costo del debito; favorisce l'uso dei crediti fiscali.

Ma, attenzione: va a regime nei primi mesi del 2019, mentre lo spread sale ORA, minaccioso, e bisogna fare qualcosa da subito.
La storia, molto recente, ci insegna che qualcuno interessato a fare "shopping" a buon mercato in un Paese "in fallimento", si trova sempre. C'è qualcuno che dispone (perché lo abbiamo "lasciato fare") di strumenti "derivati" adatti a sollecitare anche impropriamente i prezzi dei mercati finanziari (come è già accaduto in Grecia, come è già accaduto in Italia) e può quindi soffiare sul fuoco dello spread. C'è qualcuno, infine, ed è bene chiarirlo, che è ben consapevole del fatto che le soluzioni alle quali sta pensando il Governo sono efficaci. Quegli interventi distruggono una volta per tutte l'arma impropria dello spread, annientano i benefici economici ingiustificabili di cui i mercati internazionali hanno goduto finora: non potranno più comprare titoli italiani dai rendimenti eccessivi, non potranno più comprare pezzi di Italia a prezzi stracciati.
Ricordiamoci, per favore, che siamo in bilico su un crinale molto pericoloso, con le agenzie di rating (soggetti privati che la storia ci insegna essere propense a clamorosi errori di giudizio) pronte a premere il grilletto del declassamento dei nostri titoli di stato a "titoli spazzatura".

Come intervenire.
Il 15 ottobre scadono 12 miliardi di BTP che devono essere rinnovati. Il 1 dicembre altri 18 mld. Totale 30.
Il costo per rinnovarli, alle attuali condizioni di mercato sale oltre il 2-2,50% anche se sono titoli a durata breve: 3 e 5 anni. Controlla qui, in tempo reale, i rendimenti netti dei BTP sulle diverse scadenze. Guarda che poi quel costo resta fisso per lo Stato per tutti gli anni della durata del titolo. 
N.b.: 2% è un tasso più alto dell'inflazione, che è attualmente in Italia intorno all'1,5% (controlla qui, su Istat). E' quindi un TASSO REALE POSITIVO, che fa salire nel tempo in maniera meccanica il peso complessivo del debito pubblico! Il "peso" del debito sale per il solo passare del tempo, quando i tassi nominali sono più alti dell'inflazione.
Pagare sul debito pubblico tassi reali che sono diventati strutturalmente positivi è una scelta suicida: rende la cosa matematicamente ingestibile. Ci avvita in un genere di percorso che ogni strozzino conosce bene: tu non ce la fai a ripagare, quindi mi dai le tue cose. 
Fra il 12 ottobre ed il 30 novembre scadono 24 mld di BOT e 10 mld di CCT, che attualmente comprano le banche ed hanno rendimenti (cioè un costo per lo Stato) prossimi a zero-leggermente negativi.
Se il Tesoro si pone l'obiettivo di dimezzare l'offerta di BTP, da 30 mld in scadenza a soli 15 di nuove emissioni, sostituendoli con maggiori emissioni di BOT e CCT, ottiene questi possibili risultati:

1) lo Spread scende, meccanicamente, per la banale legge della domanda e dell'offerta: se offriamo agli investitori meno titoli di quanti non sarebbero interessati a comprarne, si dovranno accontentare di un tasso più basso. Il che comporta un minor costo su 15 miliardi da emettere e, soprattutto, spezza le gambe a coloro che vogliono agitare lo spettro dello spread per condizionare le scelte politiche (quanto vale? Quanti trilioni di fantastiliardi vale, la libertà?).
2) Se scendono i rendimenti, vuol dire che salgono i prezzi, e ci guadagnano le banche che hanno 1500 miliardi in portafoglio di vecchie emissioni di BTP. Fra queste, le banche italiane, che ne hanno acquistati negli ultimi anni, quasi 400 mld. Anche le banche ci guadagnano, quindi, mentre scendono i costi per lo stato (i miracoli della finanza!). Nota bene: è importante che le banche italiane non siano affogate dalla svalutazione dei BTP in portafoglio, perché le grandi banche d'affari nel mondo sarebbero stra felici di venirsele a comprare a due soldi, nel momento di difficoltà, soprattutto se riescono (come è successo in passato) a convincere lo Stato a "sanarle", prima di svenderle. Mi sa che con questo Governo il giochino, per loro, non funziona più.
3) Alzando di soli 0,05 - 0,15% il rendimento dei BOT rispetto agli attuali, si aumenta il costo per lo Stato su 24 miliardi, è vero, ma di poco e solo per il breve termine.
Ad ogni modo, è un tasso nominale che resta abbondantemente al di sotto dell'inflazione: è un tasso reale negativo, che con il solo passare del tempo alleggerisce il peso del debito. Quindi, per sua natura, sostenibile. Tanto sostenibile, che si potrebbe pensare a re introdurre il BOT a tre mesi, come c'era una volta. Sia per far fronte a queste esigenze immediate, sia in prospettiva: per andare incontro ai desideri delle famiglie risparmiatrici, che non amano vincolare il risparmio per durate lunghe, ed adorano il BOT a tre mesi. Fatto ora, consentirebbe di attirare rapidamente la liquidità interbancaria, che è alla disperata ricerca di rendimenti accettabili, e quindi di sostituire i 15 miliardi di BTP non messi in rinnovo. 
N.B. Le aste dei BOT avvengono prima di quelle dei BTP, il che consente di adattare gli importi delle aste dei BTP, che vengono dopo pochi giorni, al risultato conseguito sulle aste dei BOT, senza dover fare salti nel buio.
Inoltre, con l'occasione, si possono sperimentare i primi "trattamenti privilegiati" a favore dell'operatore famiglia, con emissioni dedicate, da veicolare sulle banche pubbliche, volti a saggiare il terreno e predisporlo per gli interventi più strutturali del prossimo anno.

Il 1 novembre scadono e devono essere rinnovati 10 mld di CCTeu. Un CCT è un Certificato di Credito del Tesoro che ha una durata lunga (5-7 anni) ed un tasso che varia ogni sei mesi. Nati per le esigenzee delle famiglie risparmiatrici, offrono un rendimento un tantino più alto del BOT, in cambio di una scadenza più lunga. La circostanza che il tasso segue nel tempo l'andamento dell'economia e dell'inflazione, fa sì che il loro prezzo non varia nel tempo, se non minimamente: non sono rischiosi come i BTP.

Cosa vuol dire quel suffisso "eu", che appare da qualche tempo sui CCTeu? Vuol dire che sono stati trasformati e resi adatti alle esigenze degli investitori istituzionali di tutto il mondo, stranamente ritenuti più meritevoli delle famiglie italiane. Perché sia stato scelto proprio il suffisso "eu" per spiegare che sono ora adatti ai desideri degli speculatori internazionali è forse un lapsus freudiano, ma la realtà resta questa: i vecchi CCT erano indicizzati ai rendimenti dei BOT, quelli dei CCTeu sono indicizzati al tasso dei depositi interbancari, che per gli investitori sono più comprensibili e gestibili. Peccato, per noi, che quei tassi siano anche "manovrabili" dalle banche private che lo determinano, come la storia, e più di un procedimento giudiziario, dimostrano. Se il tasso interbancario "sale" giusto quel giorno in cui si stabilisce il costo della cedola per tutti i prossimi sei mesi, qualcuno guadagna per sei mesi, noi paghiamo, più del necessario.

Veniamo a noi, e a cosa fare per il 1 novembre.
Proviamo ad emettere CCT (senza eu), indicizzati ai rendimenti dei BOT, cui si aggiunge il piccolo premio per la maggiore durata, e proviamo ad invertire i meccanismi dell'asta per il loro collocamento: si offre un rendimento allettante (senza esagerare, allettante il giusto) e si vede quanti mld arrivano. Si accettano scommesse: molti di più dei 10 mld in scadenza. Perché tanta fiducia? Il motivo è semplice: se l'intenzione è quella di riportare i BOT nei portafogli delle famiglie italiane, facendo salire i rendimenti nominali al di sopra dello zero (oggi sono sotto zero), ed i CCT sono indicizzati ai BOT, i rendimenti futuri dei CCT sono destinati a salire, pur rimanendo sotto l'inflazione. Bisogna affrettarsi a comprarli ora.

Se poi il Governo ci fa una buona pubblicità, e trova il modo di "indirizzarli" alle famiglie, fa cosa buona e giusta. Io me li compro subito, e li consiglio agli amici.
La liquidità che dovesse arrivare in eccesso viene usata, al bisogno, per comprare sul mercato quei BTP che qualcuno potrebbe avere la voglia di "svendere", in questi giorni. Si scelgono quelli con cedole alte e scadenze lunghe, in maniera da abbattere più rapidamente i costi per lo Stato.

Poi, nel 2019, soluzioni strutturali.

E addio spread.

giovedì 27 settembre 2018

I "CHIARIMENTI" DI CARLO COTTARELLI SULLE ASTE DEI TITOLI DI STATO

Finalmente si inizia a parlare di cose interessanti, e concrete.

Recentemente è venuto alla ribalta il tema dei meccanismi d'asta con i quali il Tesoro italiano colloca i titoli di stato presso i risparmiatori italiani (che ne comprano pochissimi) e presso gli investitori internazionali (che si prendono invece la parte del leone). (Intanto, iniziamo a riflettere: se i professionisti fanno a gara per comprarli, i titoli italiani, perché a noi nessun professionista ce li consiglia?)

A fine agosto un trafiletto su MF viene ripreso e commentato da Maurizio Blondet in questo articolo: "La Bundesbank non ha fatto il divorzio".


In sintesi.  L'art 123 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea vieta alla BCE ed alle banche centrali nazionali di finanziare gli stati, e quindi di comprare i titoli governativi nel momento dell'emissione. 

Detto per inciso: nelle operazioni di Quantitative Easing, BCE e banche centrali nazionali acquistano titoli di stato solo sui mercati secondari, producendo effetti strampalati. Ci fa notare Giovanni Zibordi (lo trovi qui) che gli investitori che vendono titoli alle banche centrali usano metà di quella liquidità per comprare titoli di paesi esterni all'Unione europea. Cioè: la BCE, che ha il divieto di finanziare gli stati europei, finanzia indirettamente il resto del mondo! Complimenti.

Torniamo a noi. Cosa fa la banca centrale tedesca che desidera aiutare il suo governo ma non può? Usa un accorgimento tecnico. Quando il mercato non assorbe tutte le quantità emesse alle condizioni stabilite dal Tesoro tedesco, Buba interviene a "raccogliere" la parte invenduta (non mi è chiaro con quale modalità, se compra o prende in prestito, ma approfondiremo e comunque non cambia la sostanza) e la "rivende" sul mercato secondario nei giorni successivi. Fa da tramite. E'come se prolungasse la durata dell'asta fino al momento in cui il mercato non si arrende all'idea che, se vuole titoli tedeschi, se li prende alle condizioni stabilite dal governo tedesco. Il che , bada bene: è cosa buona e giusta. Anzi, sacrosanta! La cosa sbagliata, sbagliatissima, che sarebbe "stupida" se non fosse in realtà "criminale", è quella di aver previsto nell'art 123 del Trattato europeo il divieto della banca centrale di aiutare lo stato. I tedeschi, pragmaticamente, lo aggirano. Fanno bene. Magari, certe cose, andrebbero fatte alla luce del sole, "coordinandosi" con tutti gli altri. Ma, sai, il "contesto competitivo" previsto dai trattati... (leggi: mors tua, vita mea, che tradotto dal latino all'inglese si legge: spread).

L'argomento è ripreso da F. Dragoni e A. M. Rinaldi con questi articoli apparsi nei giorni seguenti su Scenari economici: il 4 settembre e successivo approfondimento di Rinaldi del 10 settembre che mettono l'accento su aspetti importantissimi ma meno discussi della famosa lettera dell'81 inviata da Andreatta alla Banca d'Italia, che hanno a che fare appunto con i meccanismi del collocamento. 


L'argomento comincia ad avere una certa risonanza. 

Il 7 settembre interviene anche Giovanni Passali su "Economia e Finanza". Bene. Che le cose si sappiano.

l'altro aspetto importante, che emerge con chiarezza, è che in Germania i meccanismi d'asta sono diversi da quelli che usa il Tesoro italiano. In Germania il tasso di rendimento "soglia" (cioè massimo) è stabilito dal governo. Ogni investitore partecipa facendo offerte inferiori a quella soglia, e ognuno riceve i titoli con il rendimento che lui stesso ha indicato (più basso della soglia). L'intervento della Bundesbank serve appunto a garantire il Tesoro dall'eventualità che il mercato non copra tutto il fabbisogno. 

In Italia, invece, succede il contrario: il Tesoro stabilisce le quantità (il fabbisogno, di cui non può fare a meno), ed il mercato stabilisce il prezzo. L'asta si chiama "marginale", perché il rendimento marginalmente più alto è attribuito a tutti i partecipanti (la maggior parte dei quali, nota bene, si sarebbe accontentata di un rendimento più basso), aggravando evidentemente i costi per lo Stato.

Se ti stai indignando, per il "regalo" che il Tesoro italiano sta facendo agli speculatori internazionali, che poi lo dobbiamo pagare noi con le tasse e con i sacrifici, fai proprio bene! 

Eppure qualcuno non si indigna per nulla. Anzi: ci segnala, pacatamente, che tutto è regolare e forse ci siamo semplicemente confusi. L'11 settembre Carlo Cottarelli scrive in questo articolo "alcuni chiarimenti" su facebook

Vediamoli in dettaglio. 

Partiamo dalla prima affermazione dell'articolo che commenta i precedenti, piuttosto decisa: "Questa notizia è falsa". dice C. Cottarelli. E sarebbe falsa, perché "la Bundesbank non compra i titoli di stato". Vedi sopra: se li compra o li prende in prestito, o li parcheggia nel cassetto, la sostanza non cambia, e la cosa è talmente evidente che C. Cottarelli stesso si lascia sfuggire la parolina magica, subito dopo:  "la Bundesbank si occupa soltanto di rivenderli gradualmente sul mercato secondario per conto dello Stato". Mi piacerebbe molto sapere se la Bundesbank, nel frattempo, "anticipa" in qualche modo la liquidità nelle casse dello stato tedesco (che, formalmente, rappresenterebbe una palese violazione della norma). Non credo, ma non lo so, e non è neppure così importante. Non ci deve interessare scoprire colpe tedesche, amici miei italiani, quanto scoprire l'imbecillità tutta nostrana di un paese straricco che si è ridotto a farsi prestare i soldi dagli speculatori di tutto il mondo. Un po' per errori del governo, e un bel po' anche per l'illusione, tutta nostra, di poter "fare soldi con i soldi" comprando con il nostro risparmio dei "prodotti per l'investimento finanziario" (che ci vengono proposti in maniera non del tutto legittima! Maniera sulla quale la Consob non interviene, non sa intervenire, non vuole intervenire, non lo so ma so che non interviene in maniera efficace), anziché comprare titoli della nostra Res Pubblica.

Torniamo alle aste, però, ed ai "chiarimenti".

Cottarelli difende l'asta marginale (quella che regala a tutti gli speculatori internazionali il tasso più alto), con queste parole, che riporto integralmente perché non saprei come sintetizzare:
"Si potrebbe pensare che il sistema dell’asta competitiva sia necessariamente migliore per il venditore perché fa incassare più soldi: se io ero disposto a pagare 100,5 e invece pago il prezzo dell’acquirente marginale (100,1) lo Stato ci perde. In realtà non è necessariamente così. Il motivo è che nel fare le offerte i potenziali compratori tengono in considerazione il sistema d’asta. Se so che l’asta è non competitiva, sarò indotto ad offrire un prezzo più alto nella speranza che, comunque, finirò per pagare un prezzo più basso, quello del compratore marginale. In generale, quindi, l’offerta aumenta con l’asta non competitiva ed è anche per questo che in Italia (al contrario che in Germania dove si usa l’asta competitiva) le aste dei titoli di stato presentano spesso una domanda ben superiore all’offerta, riducendo fra l’altro il rischio che un’asta non riesca a piazzare tutti i titoli in vendita, cosa che per il nostro paese potrebbe essere presa male dai mercati."

Con uno sforzo esegetico, arriviamo però al nocciolo della questione, che è tutto nel concetto finale: se lo Stato italiano non riesce a piazzare tutti i titoli in vendita, la cosa potrebbe essere "presa male dai mercati". Per questo è "consigliabile" l'asta marginale. 

E su questa "filosofia", drammatica, ci soffermiamo un attimino. 

Se io Stato italiano, che non ho più il potere di "stampare moneta", ho deciso (per scelta non obbligata), di chiedere in prestito i soldi che mi servono solamente agli speculatori internazionali, anziché farmeli prestare dai miei figli, dalle famiglie risparmiatrici italiane, che hanno un risparmio finanziario (cioè: soldi) tale da finanziare due volte il debito pubblico, mi sono messo da solo un cappio al collo. Mentre il risparmio delle famiglie è "distratto" dal sistema finanziario internazionale, che finanzia tutto tranne che le cose che servono, io sono diventato "dipendente" (addicted, drogato) dai finanziamenti dei mercati. E' allora, e solo allora, che diventa vero quanto afferma Cottarelli: di quei mercati, che sono diventati nostri padroni, debbo meritarmi la fiducia. Non posso più nemmeno permettermi il lusso che non soddisfino tempestivamente il mio "fabbisogno" o che "prendano male" una asta competitiva, anziché marginale. 

L'asta marginale, quella dove lo Stato paga di più, è necessaria quando lo Stato ha paura di non trovare finanziamenti a sufficienza.

La domanda da porsi è: perché noi italiani, che siamo ricchissimi, dobbiamo aver paura di non trovare i soldi?

Morale della favola: se l'asta marginale, che "regala" soldi pubblici alla speculazione internazionale di cui abbiamo scelto di essere schiavi non ci piace, e la vogliamo cambiare, dobbiamo cambiare politica di gestione del debito pubblico, cambiando completamente il soggetto a cui rivolgerci. Meno speculazione internazionale, più risparmio italiano.

In attesa, certo, di poter ridiscutere alla radice quelle norme dei Trattai europei che sono dannose per tutti tranne che per gli speculatori mondiali (che, infatti, continuano ad arricchirsi). Non posso farlo oggi che ho un cappio al collo! Chiaro, no?

Come va cambiata la politica di gestione del debito pubblico? Tornando a "favorire" nel collocamento dei titoli di stato le famiglie italiane risparmiatrici, offrendo loro prodotti più adatti alle loro esigenze, e modificando di conseguenza i meccanismi d'asta, con beneficio per tutti.

Qui, in questo video che riprende la conferenza del 21 settembre organizzata da Sovranità Popolare su questo tema, trovi molti suggerimenti pratici, per raggiungere lo scopo, che sono stati anticipati in questo documento dell'Ufficio Studi della Confederazione per la Sovranità Popolare.





mercoledì 5 settembre 2018

NON RESTIAMO A GUARDARE

Le Riforme Strutturali che "i mercati" vogliono imporci portano disoccupazione, povertà, insicurezza crescente per le popolazioni, a fronte di benefici per élite sopra nazionali sempre più ristrette e potenti. 

Il Popolo italiano desidera invece Riforme Solidali, che mettano in sicurezza il paese abbandonato al degrado; che creino buone occasioni di lavoro per coloro che lo desiderano; che offrano sostegno solidale a chi ne ha bisogno. E' così che si favorisce la crescita individuale ed il progresso collettivo, non solo materiale.

Tenendo presenti i vincoli attuali, evitando conflitti inutili, ma con il chiaro fine ultimo di restituire alla dimensione politica la piena responsabilità di modellare il nostro comune destino in linea con il nostro comune sentire, dobbiamo agire in campo finanziario, oggi, in tre direzioni. 

INTERVENTI FINANZIARI URGENTI

1) Smontare i meccanismi di ricatto che agiscono sul debito pubblico. Smontare cioè il "pilota automatico" che attiva la minaccia dello spread e del default governativo ogni volta che il Governo propone qualcosa nell'interesse del popolo e che contrasta con gli interessi degli investitori istituzionali.


2) Dotare il Governo di potere di spesa "aggiuntivo". Si diffonde la consapevolezza che solo un piano di investimenti orientato dalla spesa pubblica è in grado di eliminare la povertà, la disoccupazione, l'insicurezza. La voglia di più Stato nell'economia è quanto emerge nel post di Senso Comune, che richiama questo recentissimo sondaggio governativo (puoi scaricarlo dal sito e vedere il dettaglio).



3) Recuperare il pieno controllo del sistema dei pagamenti. Tema scabroso e importante: consiglio di approfondire le premesse in questo articolo, che è semplice ed illustrato, e qui. Le banche dove sono depositati i risparmi degli italiani sono diventate private, spesso di proprietà estera e, avendo disintermediato il risparmio degli italiani, sono indebitate verso il sistema finanziario internazionale. Sono quindi soggette al rischio di "chiusura dei rubinetti" da parte della BCE e delle banche estere. Rischiamo seriamente di non poter ritirare dai bancomat i nostri soldi, come è già successo in Grecia, in Islanda, a Cipro.

La dipendenza dal debito estero ci toglie la libertà. Quello che si forma nel momento in cui i titoli di stato italiani sono venduti ad investitori stranieri, o nel momento in cui le banche residenti ottengono finanziamenti da banche estere. 

Ricordiamolo: questo debito non ha, attualmente, origine commerciale (non è causato da squilibri nell'interscambio commerciale, che è in attivo da anni). E' figlio solo della finanza.

Il sistema informativo ufficiale non ce ne parla, né lo misura, mentre insiste nell'indicare ossessivamente il debito pubblico quale causa di tutti i mali. 

Restituendo i titoli di stato italiani ai risparmiatori italiani, che dispongono di liquidità a sufficienza, svanisce la dipendenza dagli investitori istituzionali, evapora la minaccia dello spread e del default governativo. 

Quando poi il pieno controllo dell'emissione di moneta a corso legale sarà restituito alla responsabilità della politica, come diventa sempre più chiaro quanto sia giusto ed inevitabile, potremo dire a pieno titolo che: "l'ammontare complessivo dei titoli di Stato posseduti dai cittadini risparmiatori rappresenta la ricchezza finanziaria delle famiglie", e più sarà alto, maggiore la misura di questa ricchezza. Come era in Italia, fino al 1981. 

I titoli di stato italiani sono finiti nei portafogli degli investitori istituzionali, uscendo da quelli delle famiglie risparmiatrici, perché le forme del collocamento e la struttura dei titoli è stata modellata sulle specifiche esigenze dei primi, ignorando i bisogni dei secondi.

E' bene riflettere su queste diverse esigenze, partendo proprio dal distinguere un risparmiatore da un investitore. Distinzione, bada bene, tanto nota al legislatore che ha provveduto a differenziare le competenze di supervisione: Banca d'Italia sul risparmio; la Consob sulle attività di investimento.

Un risparmiatore è una persona che ha messo da parte una somma di denaro, destinata a spesa futura. Il motivo di fondo per cui una famiglia "risparmia" è quello della sicurezza. Così è stato educato il popolo italiano sin dal dopoguerra. Se il bisogno fondante del risparmio è quello della sicurezza, diventa chiaro, naturale e sacrosanto, che proteggere il capitale (anche dall'inflazione) è l'obiettivo principale del risparmiatore. Non a caso la Costituzione assegna alla repubblica il compito di tutelare il risparmio.

L'investitore è un soggetto diverso. 
Ha l'obiettivo di ottenere dal proprio risparmio rendimenti superiori ed è (in teoria) consapevole che, in cambio di quella "possibilità", deve essere disposto a correre il rischio di perdere non solo gli interessi, ma anche il capitale. Maggiore è il rischio finanziario, maggiore la possibilità di ottenere rendimenti elevati, ma anche quella di perdere parte del capitale investito. Arriva così un necessario contenuto di alea, di incertezza, di scommessa.

Quadro riassuntivo

Risparmiatore     rendimento basso     rischio basso

Investitore   rendimento forse più alto      rischio alto

I problemi si verificano quando intervengono soggetti che investono professionalmente sui mercati il risparmio di altri. Direttamente, in quanto delegati alla gestione, o indirettamente, attraverso consigli e proposte. 

C'è un conflitto di interesse insanabile in un professionista che guadagna commissioni tanto più elevate quanto più rischioso è l'investimento "fatto in nome e per conto di", o "consigliato a" soggetti diversi. I quali soggetti diversi, mentre sono certamente attratti dalle possibilità di guadagni elevati, tendono irrimediabilmente a sovrastimare le possibilità, e sottostimare i rischi, non potendo essere in grado, proprio in quanto non professionisti, di misurarle e comprenderle correttamente.

Nè più e né meno di quanto avviene nel parallelo mondo dei gratta e vinci e delle slot machine, ove la strutturale incapacità di valutare correttamente le probabilità è dimostrata da impietosi studi scientifici. Finisce per seminare patologie e disperazione, mentre i furbi si arricchiscono (e lo Stato, vergognosamente, incentiva, anziché disciplinare e contenere).

Aggiungiamo il "modello competitivo", che obbliga i professionisti a vivere di risultati, o morire, e si capisce perfettamente come diventi possibile che quasi tutti i "risparmiatori", per natura refrattari al rischio, si ritrovino trasformati, firmando moduli incomprensibili, in "investitori" incalliti. Il tuo "personal banker" è pagato per questo. 

Nessuno ci fa caso, a queste follie, fino a quando tutti i mercati, mediamente, salgono. E tutti i mercati finanziari continueranno a salire, fino a quando saranno alimentati dalla creazione di moneta da parte delle banche centrali svincolate dalla politica, e finché il sistema finanziario privato avrà interesse (incentivato dai regolamenti "prudenziali") ad incanalare sia quelle risorse che quelle dei risparmiatori, verso titoli e derivati, piuttosto che nell'economia reale. Non è sostenibile! E che la bolla sia destinata a svanire nel nulla è evidente a chiunque mantenga un granello di capacità di osservazione sul divario crescente fra l'economia che ristagna ed i mercati finanziari che salgono; fra pochi che diventano sempre più ricchi, e troppi sempre più poveri. 

E' tempo, dunque, di attivare il buon senso, e di responsabilità condivise. 

Obiettivo nr.1 : riportare i titoli di stato italiani nei portafogli delle famiglie risparmiatrici italiane.

Quando si impiega il risparmio in una qualunque forma che non sia il salvadanaio privato, succede questo (è importante capirlo):

- al risparmiatore resta un potere di spesa, sebbene rimandato nel tempo; 

- a chi fornisce lo strumento di impiego, resta la disponibilità di quelle somme liquide.

Facci caso. Quasi nessuno si pone mai la domanda, che invece è importante: dove finisce la disponibilità delle mie somme liquide, quando compro un "prodotto per l'investimento" o quando semplicemente la lascio in banca?

Domanda importantissima in un paese in cui ben 4200 miliardi di risparmio delle famiglie italiane sono orientati nelle scelte dal sistema finanziario sopra nazionale, che porta quella liquidità dove vuole, traendone beneficio, senza mai consigliare titoli di stato italiani, quando poi è lo stesso sistema finanziario che fa arrivare col contagocce la propria liquidità allo Stato italiano, pretendendo condizioni esagerate e ricattandolo nelle scelte politiche.

Salta agli occhi che indirizzando anche una piccola parte del risparmio delle famiglie verso i titoli di stato, resi naturalmente sicuri e convenienti, lo Stato spenderebbe molto meno, le famiglie otterrebbero condizioni migliori e meno rischiose di quelle che la finanza privata offre, e l'Italia si libera dalla minaccia/ricatto dello spread e del default, ampiamente illustrata nel precedente articolo Venti di Guerra.  


Due soli strumenti permettono al risparmiatore privato di impiegare la liquidità in attività non rischiose: 

- un deposito presso una banca pubblica, garantito dallo Stato. 

- un titolo di Stato con le seguenti caratteristiche: scadenza a breve termine a tasso fisso, oppure scadenza più lunga ma a tasso variabile.

In questo momento, in cui è urgente sostituire i titoli di stato che arrivano a scadenza ma rischiano di non essere rinnovati da parte degli investitori istituzionali, è bene concentrare l'attenzione sul secondo strumento, facendo incontrare l'interesse del risparmiatore privato con l'interesse pubblico.

Vanno quindi offerti ai risparmiatori italiani, e adeguatamente pubblicizzati, titoli a breve termine o a tasso variabile che abbiano rendimenti attraenti, in grado di spostare, nell'immediato, le somme parcheggiate sui conti correnti, ma anche in grado di sostituire, nel tempo, i "prodotti per l'investimento" indebitamente proposti ai risparmiatori.

Sono adeguati i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT), che hanno scadenza a tre, sei mesi ed un anno, che devono avere però un rendimento minimo positivo. Anche adatti i Certificati di Credito del Tesoro (CCT), che hanno scadenze da tre a sette anni ma rendimento variabile, indicizzato al BOT semestrale. Il rendimento variabile assicura che, in caso di vendita prima della scadenza, non si corrono rischi apprezzabili sul capitale.

Oggi i rendimenti dei BOT sono negativi (sotto lo zero) e quelli dei CCT prossimi allo zero. E' chiaro che nessun privato ha interesse a comprarli.

Per raggiungere lo scopo, si possono ipotizzare emissioni differenziate: 
- emissioni dedicate alle banche, che seguono canali e modalità ordinarie, i cui rendimenti continueranno ad essere legati alle politiche di gestione della liquidità e del tasso di interesse della banca centrale;
-  emissioni dedicate alle famiglie risparmiatrici, con rendimenti superiori, da collocare esclusivamente attraverso banche pubbliche, in grado di trasferire ai privati sottoscrittori tutti i benefici specificamente previsti dal Tesoro e dedicati al prenditore finale (il risparmiatore). 

Per i risparmiatori il beneficio può arrivare attraverso: un trattamento fiscale dedicato; un premio legato alla sottoscrizione; un premio legato al mantenimento fino alla scadenza e perfino, eventualmente, all'opzione di rinnovo. I tecnici del ministero sono senz'altro in grado di scegliere un ventaglio di soluzioni adeguate alle diverse preferenze dei risparmiatori, una volta che la politica abbia dato il chiaro indirizzo di privilegiarle.

I Buoni Poliennali del Tesoro (BTP) che hanno scadenza pluriennale (fino a trent'anni) ed il tasso fisso, rappresentano uno strumento che risponde esclusivamente agli interessi degli investitori professionisti, ma che rappresentano per lo Stato un costo necessariamente più elevato. Ricordi? Più rischio, più rendimento. Non sono adatti ad un risparmiatore, in quanto la possibilità di perdere il capitale, se venduti prima della scadenza, è elevata. 

Le quantità di BTP devono essere diminuite, a favore di nuove emissioni in titoli pensati per le famiglie. In questa maniera, oltretutto, si rende più attraente, per gli investitori, l'opportunità di acquistare sul mercato secondario quelli che restano, facendo così scendere lo spread. 

E' bene, soprattutto nei prossimi mesi caratterizzati da turbolenze sui mercati, pianificare una integrale sostituzione dei BTP in scadenza con nuove emissioni di BOT e CCT dedicate alle famiglie, adeguatamente pubblicizzate dal Governo. 

In ogni caso, è necessario modificare strutturalmente i meccanismi del collocamento di ogni nuova futura emissione dei titoli di stato, in quanto procedure e modalità attualmente in vigore sono pensate per privilegiare gli investitori istituzionali. 

In particolare: 

- modificare l'elenco degli operatori specialisti in titoli di stato, che oggi include quasi esclusivamente banche d'affari estere, sostituendolo con banche pubbliche: Cassa Depositi e Prestiti, Banco Poste, Monte Paschi Siena, e con le poche banche locali rimaste indipendenti; 

- eliminare dai meccanismi d'asta le scelte che regalano agli investitori istituzionali la possibilità di ottenere condizioni inutilmente vantaggiose (che altri paesi non si sognano di utilizzare, come ricordato in questo articolo), per evitare il grave danno ed i costi che paghiamo tutti noi;  

- invertire nelle aste dedicate alle famiglie il rapporto fra prezzo e quantità: oggi le quantità sono fisse, ed oscilla invece il prezzo, per garantire l'equilibrio. Questa scelta determina una condizione di perenne dipendenza dai capricci dei mercati. Considerato che le quantità di risparmio privato italiano sono decisamente eccedenti, rispetto alle necessità, è utile pianificare l'inversione, nel momento in cui si decide di spostarsi verso quella fonte. Il Tesoro fissa un prezzo, che rappresenta per il risparmiatore un rendimento conveniente, e raccoglie tutte le quantità offerte, che saranno tendenzialmente maggiori dei bisogni, mettendo al sicuro le future scadenze. 


Obiettivo nr. 2 : dotare il Governo di potere di spesa aggiuntivo. 

La politica italiana, anche se liberata dalle minacce dello spread e del default, resta ostacolata nel suo desiderio di investire di più, dagli scogli che i Trattati europei hanno messo sul cammino di qualsiasi Governo. L'emissione di moneta a corso legale è riservata alla BCE, che ha però il divieto di prestare soldi alla politica. Le manovre di bilancio non possono prevedere disavanzi superiori al 3%. Anzi, in ottica di fiscal compact, si dovrebbe arrivare ad avanzi obbligatori (n.b.: avanzi totali, non primari: gli interessi sono inclusi). 

Se vogliamo rilanciare lavoro e produzione, dobbiamo necessariamente capire un aspetto fondamentale della situazione presente che è fondata sulla libertà di circolazione di capitali e merci. 

Concentriamo l'attenzione. Oggi, dato il contesto competitivo, è necessario rinunciare a qualcosa. Se vogliamo tutelare la qualità dell'occupazione, rinunceremo alla quantità. Puntando esclusivamente alla ripresa economica, dobbiamo capire che questa potrebbe avvenire senza alcun aumento dell'occupazione. Come? Rendendo il lavoro sempre meno tutelato, si attraggono capitali esteri che vengono, appunto, se il costo del lavoro è sufficientemente basso ed elastico da consentire profitti, conseguibili vendendo la produzione in paesi esteri (all'interno, nessuno ha più soldi per comprare, con i salari in discesa libera). Questa cosa fa gridare al successo i neoliberisti, perché fa salire il PIL, il dannatissimo PIL che se la smettessimo di misurare saremmo immediatamente più felici e liberi di concentrarci sulle cose importanti. Mentre sale il PIL, può aumentare la disoccupazione e perfino la povertà. In questo articolo è dettagliato cosa sia il PIL ed è dimostrato quanto spesso possa andare in direzione opposta alla misura della povertà o del benessere. 

L'unico modo per rilanciare la produzione tutelando i lavoratori ed aumentando l'occupazione, è quello di puntare fortemente ad un programma di investimenti sostenuti, direttamente o indirettamente, dalla spesa pubblica.  

Detto questo, ci domandiamo: dove trovare le risorse per finanziare questi investimenti pubblici, sapendo che queste risorse non possono essere Euro ottenibili con le tasse (con una mano dai, con una togli, non vai lontano), e neppure con i prestiti (vietati dai trattati)?

Mettiti l'anima in pace: devi studiare i certificati di credito fiscale, o le monete complementari a circolazione volontaria.

N.b.: perfino se stai pensando: "meglio buttare tutto all'aria ed uscire dall'Euro e dall'Ue". Anche per raggiungere quel risultato, infatti, ammesso che sia desiderio condiviso, è necessario (ripeto: necessario, indispensabile, oltre che opportuno), aver predisposto, prima, le soluzioni alternative. E' davvero ingenuo ipotizzare di modificare la struttura finanziaria di un intero paese dal giorno alla notte, senza subire traumi che pagherebbero, naturalmente, le fasce di popolazione meno tutelate. 

N.b. 2: perfino se stai pensando: "dei conti e della finanza non ce ne importa nulla, perché sono ben altre le cose che contano nella vita". Qualsiasi cosa tu desideri fare, infatti, presuppone la libertà di fare. La responsabilità di fare (divenire responsabili = divenire abili a dare risposte). Quella libertà, va conquistata.

Se quindi ti predisponi all'ascolto non pregiudiziale, puoi scoprire cose importanti, ed arricchire il bagaglio delle tue conoscenze. 

Qui ti accenno la sostanza, poi approfondisci presso chi è più esperto di me, in materia.

Un credito fiscale ti da la certezza che se devi pagare tasse o imposte allo stato o ad enti locali, in una data futura, pagherai meno. 

Pagherai: la tassa dovuta (esempio 100), meno il credito fiscale (esempio 60), totale da versare: 40. Se hai credito fiscale 160 e devi pagare 100, non paghi nulla e avanzi 60. Semplice, no?

Un certificato è un pezzo di carta, oppure (meglio) un dato elettronico registrato appositamente in luoghi particolari, che ti permette, prima della scadenza fiscale, di "cedere" il tuo credito, in cambio di euro. Chi se li compra? Chi ha tasse da pagare (sono tanti, ti assicuro). 

Se è lo Stato che te li "regala", nel senso che ti può dare, ad esempio, un aumento di stipendio che altrimenti ti scordi, perché mai non dovresti accettarli? 

Un credito fiscale che, se trasformato in certificato, può circolare, svolge egregiamente la funzione di "moneta", che circola su base volontaria.

Bada bene: non è a corso legale. Nessuno è obbligato dalla legge ad accettarlo in estinzione dei propri crediti. Ma se io Stato, volontariamente, mi dichiaro disposto ad accettarlo, in date future, trasformo quell'intenzione in vincolo giuridico: insomma, tu sei certo che quando li presenti allo Stato per pagare i tuoi debiti, non saranno rifiutati. 

In questo articolo trovi tutto quello che c'è da sapere, studiato da esperti seri.

Una moneta complementare a corso volontario, che lo Stato si impegna (per libera scelta) ad accettare in pagamento di tasse e imposte, svolge esattamente la stessa funzione. Se la chiami Lira, lo capisci immediatamente che la usi come una moneta. Chiamala come ti pare. L'importante è che ti renda conto di due cose. 

1) Funziona (e cioè circola e si diffonde producendo effetti apprezzabili) solo se è lo Stato a dichiarare di  accettarla in pagamento delle somme dovute dai cittadini. Una moneta a circolazione solo locale (Comune, Regione) avrà infatti sempre un limite fisiologico anche se l'ente locale si dichiara disposto ad accettarla: le somme raccolte dagli enti locali a titolo d'imposta, vanno girate in buona parte all'amministrazione centrale, che chiede Euro (e non può accettare altro).

2) C'è un limite importante alle quantità che si possono emettere, che opera sia nel caso della moneta fiscale che della moneta complementare. Limite da capire molto bene. Se lo Stato concede, nella sostanza, sconti fiscali, rischiamo di non far quadrare i conti. Per farli quadrare, è necessario che la moneta immessa faccia aumentare la crescita economica almeno fino al punto da generare gettito fiscale aggiuntivo per compensare quegli sconti.
Se vuoi far aumentare la crescita economica ed il gettito fiscale, non puoi spendere quella moneta come ti pare: rischia di aggiungersi inutilmente al mare della speculazione finanziaria. Deve arrivare nelle imprese, e nelle tasche di chi ha bisogno di spendere. Deve circolare nell'economia reale. Lo capisci, se pensi alle montagne di denaro che le banche centrali creano e che non finiscono nell'economia reale. 

Il piano di investimenti, deve essere "mirato"! Se la moneta complementare è usata per fare investimenti produttivi mirati, infatti, questi avranno facilmente un effetto sull'occupazione e sulla crescita economica, che a sua volta produrrà un aumento delle entrate fiscali.

Inoltre, importante: c'è un tempo che passa necessariamente fra l'investimento e l'aumento del gettito. 
Se lo Stato distribuisce moneta complementare e la accetta da subito in pagamento delle tasse, diminuiscono subito le entrate fiscali in Euro. Se tu Stato non hai urgente bisogno di Euro, perché ti sei preoccupato - prima - di non essere schiavo di debito estero, è sufficiente che i cittadini accettino spontaneamente la nuova moneta, e questa dilazione temporale non rappresenta un problema. 
Ma se hai bisogno di Euro, per far quadrare i conti con i parametri europei oppure, molto peggio, perché hai debiti esteri, non è detto che ti possa permettere il lusso della riduzione di quelle entrate fiscali.

Dobbiamo tutti riflettere sulla urgenza di eliminare ogni forma di debito estro. E' ingenuo pensare di liberarsene uscendo dall'Unione europea: il vincolo del debito estero, non solo resta anche se hai la piena sovranità monetaria, ma rischia di aggravarsi se i rapporti con gli altri paesi non sono stati impostati in maniera non conflittuale.

Obiettivo nr. 3 : Isolare il sistema dei pagamenti interno dal rischio di blocco esterno 

I cittadini greci l'hanno sperimentato sulla pelle. Tu vai in banca a prelevare il tuoi soldi (il tuo stipendio, il tuo risparmio, quello che sia) e trovi il bancomat chiuso, da un giorno all'altro. Poi, esce una legge che ti dice che ne potrai prendere, in futuro, solo un po' per volta. Come è possibile? Se la banca dove tieni i tuoi soldi è indebitata con banche estere, quei canali che fanno arrivare la liquidità possono essere chiusi. Ed una banca che non ha liquidità non può dissetare i suoi clienti. 

Oggi molte banche ottengono la liquidità nei momenti di bisogno dando in cambio titoli, che abbiano però determinate caratteristiche. L'eventuale downgrading dei titoli italiani riduce anche questa possibilità. Un eccessivo aumento dello spread obbliga inoltre le banche estere a diminuire o chiudere le linee di credito aperte nei confronti di banche residenti. La liquidità, oggi talmente abbondante da trovar conveniente comprare BOT a rendimenti sotto lo zero, sparisce da un momento all'altro. 

Fino a quando i risparmi delle famiglie italiane sono indirizzati sui mercati finanziari, e su prodotti per l'investimento che portano la liquidità altrove (è il fenomeno della disintermediazione) le banche residenti continueranno a correre questo rischio. 

Per questo è necessario che venga creata una banca pubblica, che può essere Banco Poste, che interrompa questo fenomeno, smetta di proporre prodotti finanziari e si concentri sulla intermediazione creditizia. Una banca del genere offre ai risparmiatori  ciò di cui hanno bisogno: un posto sicuro per collocare i propri risparmi. D'altra parte, il paese avrebbe una banca che non ha alcun bisogno di prestiti esteri, e quindi i suoi clienti non correranno il rischio di trovare il bancomat chiuso. 
Si può aprire su Banco Poste, che ha un comodo sportello in tutti i comuni d'Italia, un conto corrente "fiscale" (cioè utilizzabile per il regolamento delle posizioni fiscali, che oggi è obbligatorio per le sole partite iva), a tutti i codici fiscali, cioè a tutti i cittadini, anche gratuitamente (le banche non devono fare profitti, ma erogare un servizio di vitale importanza per la comunità). 

In questa maniera si è creato un sistema di pagamenti interno, che dialoga con l'esterno, ma non è influenzato dai rischi sistemici, e dalle procedure del bail-in.

Su questo sistema, fra l'altro, puoi far circolare agevolmente e senza rischi le monete fiscali o complementari. 

Concludo così: è tempo di metterle insieme, le varie idee, per capire quanto sia sbagliato pensare che "non c'è alternativa". Abbiamo invece possibilità in abbondanza, che non conosciamo solo perché non trovano spazio a sufficienza nei canali mediatici ufficiali. E abbiamo risorse, in grande abbondanza che, per lo stesso motivo, sono solo impiegate male, dai soggetti sbagliati.

Le buone idee, camminano.